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Professor Giampietro Carosi - fondazione malattie infettive e salute internazionale


“Ci rechiamo laggiù, mediamente, quattro volte l’anno. Una figura professionale, finanziata dall’Università di Brescia, sta sempre in Addis Abeba, è il nostro ponte”. Domenica 5 febbraio, il Dott. Alberto Matteelli dell’Ospedale Civile di Brescia, Giannina Richeda, infermiera cilena, partiranno per Addis Abeba. Un volo nelle piaghe più profonde dell’Africa, vicino ai bambini senza cibo e medicine, ai bambini orfani, ai bambini orfani colpiti dall’Aids. E’ uno dei molti voli da Brescia nei luoghi della disperazione. “ La solidarietà sanitaria internazionale della comunità bresciana nel mondo è un valore da preservare”. Giusto, Dott. Matteelli, che nascano, però, la conoscenza e la coscienza di tale solidarietà. Addis Abeba è una capitale di miseria. Sterminata. I bambini, spesso, non compiono i 10 anni di vita. La storia bresciana nasce così. Giovanni Rizzo, medico della mutua a Nave - si diceva così una volta - qualche anno fa va in pensione, si mette a girare il mondo e il Signore lo mette in contatto con l’infanzia etiopica. La conversione, intesa nel senso più letterale del termine, la conversione umana a migliorare la vita dei bambini neppure coscienti di una disperazione e portatori sanissimi del nostro senso di colpa, ogniqualvolta alzano gli occhi e comandano di pensare al versamento delle prime gocce nel deserto, quel tipo immediato e attivo di conversione accade, in modo e solenne e naturale, nell’Etiopia diseredata di cibo, garze e vestiti. Tutti sappiamo che la goccia non è il mare. Tutti sappiamo che il mare non appare senza la prima, la seconda, la terza e il resto delle gocce. La filosofia del progetto punta sulle gocce che si attraggono come le schegge di ferro attirate da una calamita. "Progetto Etiopia", sostenuto dalla Fondazione Lonati e da Medicus Mundi, inizia dal fulmine di Damasco, geograficamente diventato Addis Abeba per il Dott. Rizzo. Saliamo al settimo piano del Padiglione Infettivi all’Ospedale Civile di Brescia, incontriamo un emissario del primario, il Prof. Giampiero Carosi, amico di Rizzo, Presidente della Fondazione Malattie Infettive e Salute Internazionale a cui è correlato il "Progetto Etiopia". “Il Centro era preesistente, noi abbiamo portato gli aiuti sanitari”. Il Dott. Alberto Matteelli, l’emissario, ci istruisce sui lati e sui piani della fortezza della speranza etiopica. “Il Centro di Addis Abeba - spiega - è composto da quattro postazioni: la casa dei Padri di Maria Teresa di Calcutta, la scuola, la casa alloggio dei bambini handicappati, le officine e l’ambulatorio medico”. L’inizio, la prima goccia, scende nel 2001 con un progetto per bambini di un’area alla fonda sul fronte dei soccorsi. Non sempre sono orfani, questi bambini. Lo stato socialista garantisce la scuola gratuita, non l’accesso. Come dire, puoi entrare, ma tu sei nudo e quindi non puoi. I Padri di Madre Teresa di Calcutta custodiscono 450 bambini tra i 5 e i 15 anni in un Centro Diurno: si alimentano, stanno lontani dalla strada, studiano. La sera tornano nelle baraccopoli. Già un miracolo. Il secondo progetto riguarda 70 ragazzi handicappati residenti nel Centro in modo permanente. Le famiglie tendono ad abbandonare i figli. Racconta il Dott. Matteelli:“ Abbiamo costruito un ambulatorio, reclutato un medico locale”. La seconda parte dell’intervento punta sull’orfanotrofio di 300 bambini sieropositivi. I genitori sono morti o li hanno abbandonati. Per loro, non è prevista una vita fuori dal Centro. Nascono e si separano dalla vita rimanendo nel Centro. Il fine è di migliorare al massimo la qualità dei loro giorni, coltivando l’idea, quasi furtivamente, e pregando che un giorno di questi si sconfigga il male. Perchè no? Quante volte è già successo nella storia dell’uomo? In assenza delle cure - possiamo dire delle cure bresciane, visto che spendiamo spesso in cattiva cura e immagine di noi stessi? - questi bambini, questi ragazzi non arriverebbero ai 14 anni. Il problema è economico, le cure costano molto.

Sul confine dell’inferno, la nostra decadenza ha messo dei bambini. Ci facciamo scudo del loro dolore, rischiando, perfino, di rinseccare la goccia, prima che sia bevuta. La ragione non riesce a tradurre il nonsenso di tante esposizioni dell’infanzia e dell’adolescenza. Se, presto, tutti questi bimbi di Addis Abeba e delle altre città africane non vedranno l’alba, come riusciremo a spiegare l’universalità delle albe candide ai nostri bambini, come risponderemo alla loro interrogazione su quanto abbiamo compiuto laggiù? Ci interrogheranno, vedrete.