Il Maestro Agostino
Orizio è a due passi da noi. Lo
sorprendiamo sul tratto di strada a cui,
forse, è più affezionato,
sulla strada del Festival Pianistico Internazionale
Arturo Benedetti Michelangeli di Brescia
e Bergamo. Ci vogliono mesi, anni per
preparare un Festival Pianistico Internazionale,
tanto più questo nostro dedicato
ad Arturo Benedetti Michelangeli, il quarantatreesimo,
per la precisione e la passione autorevole
del Maestro Agostino Orizio, che andiamo
a trovare, in questa lunga vigilia creativa
e organizzativa, avendo la fortuna di
averlo vicino di casa, a due passi dalla
redazione. Dal settimo piano di una casa
ordinata, la cupola del Duomo, stagliata
in un bianco snebbiato di polveri e di
nebbia di città, sembra rincorrere
i piedi del castello. Vi sarebbe prigioniera
la primavera, secondo le leggende metereologiche,
una primavera del resto avvistabile con
un minimo di apertura d’animo. Eccola,
di fronte, sulle nevi già più
brevi del monte Guglielmo. Nella vita
come nell’arte, anche la primavera
bresciana è avvistabile, molto
bene, proprio come si avvista il Festival
Pianistico Internazionale di Brescia e
Bergamo. A Ovest, là in fondo dopo
la Fontana di Piazza Repubblica, dev’esserci
la sua Cazzago San Martino. E’ la
piccola patria del nonno e del padre musicisti,
la piccola patria di Agostino Orizio,
dove ha governato per oltre cinque legislature
di fila: sindaco, pianista, compositore
e direttore. Tutta una vita a studiare
e creare delibere per la municipalità
delle cose quotidiane e l’ideale
municipalità dei "do"
e dei "la", roteanti e pacificatori,
contribuendo superbamente a formare la
scala armonica delle esistenze, il concerto
del popolo bresciano e del mondo che tiene
il ritmo e la memoria del motivo. Il popolo
invisibile che si appassiona alla musica
dei grandi bresciani e la deposita nel
corpo e nello spirito di ogni giorno.
Dev’essere pure in questa maniera
che si è costituita e si consolida,
storicamente, la cultura e l’etica
musicale bresciana. Agostino Orizio ha
le pareti coperte dei Papi, dei Re e delle
Regine, dei Presidenti e dei colleghi
Maestri, compositori e direttori d’orchestra.
Papa Montini, Papa Woytila, Rostropovich,
descritto come un cordialone, è
obbediente al violoncello, in questo clic
alla parete sud, dove il Maestro Orizio,
pare gli ordini una parentesi - un intermezzo,
un assolo? -. Rostropovich conserva la
lena paziente della campagna dell’est
e Orizio, la marca aristocratica e severa
di un lombardo del suo secolo pieno, il
Novecento della fatica e dell’orgoglio,
delle bacchette da alzare e da porre all’altezza
dell’inguine quando le cose sono
andate come si deve e vanno chiuse in
un durissimo e teso finale venuto da lontano,
già dall’incipit. Come la
morte che comincia con la vita. Quella
lombardità che tiene in rispetto
la morte e l’aldilà e li
prepara e li distrae con le opere della
vita. “Teodoro era bravo al piano
- mi dice mentre osservo due quadri di
forte sapore - Teordoro Simoni dipingeva
e suonava molto bene. E’ scivolato
via qualche anno fa, ancora giovane. Ci
manca l’educazione sentimentale
di Simoni”. Certo che ci manca e
va riscoperto! Scivolare è un termine
che spaventa il Maestro Orizio. Lo ripete
con una circospezione specialissima. Ricorda
la marca della cera, l’insidia di
un parquet, lui instancabile e perciò
sempre di fretta, è la scivolata
di un giorno lontano e lì ancora:“E’
suonato il telefono, sono scivolato nella
rincorsa, capitello e radio destro fratturati,
carriera troncata”. Il Maestro Orizio,
in quei giorni, osservò il pianoforte
come più tardi negli anni si osserva
la montagna dell’infanzia, irraggiungibile
nel modo con cui si raggiunse e maturò,
con una nostalgia da tortura, la discesa
lenta verso un’altra pianura. Allora,
il Maestro incrociò i colleghi
del Conservatorio, formò il Complesso
Gasparo da Salò. Il genius per
eccellenza gli si avvicinò con
l’implacabilità solidale
della purezza intellettuale, che tende
la mano con la strategia dell’ombra,
cioè avanza man mano cresce il
buio degli altri intorno e non ti accorgi
che ti aiuta. “Arturo Benedetti
Michelangeli era al corrente della mia
caduta - racconta il Maestro Orizio -
cominciò con il parlarmi di musica,
di comporre e di dirigere. Il Festival
avanzò come un fantasma che s’incarna,
la larva divenne il palco, i veli furono
i fiati e le corde della rappresentazione
musicale”. Il Maestro-Sindaco, cinque
e più legislature di fila nella
sua Cazzago San Martino, repliche simili
ai bis, si lamenta di una memoria che
fa la furba, lo tormenta. “Sono
le date, i giorni - spiega - che mi sfuggono
via. Però la memoria è ferma
sulla musica, indimenticabile il maestro
Giovanni Anfossi e onnipresente il mito
di Arturo Benedetti Michelangeli”.
L’album fotografico è presidenziale:
la Scala di Milano, San Pietroburgo, la
sala del Concerto di Capodanno a Vienna,
il Quirinale, il Giappone. L’origine,
Maestro, l’origine cos’è,
da dove sorge l’eterna vocazione?
“Sì, certo - spiega - l’attitudine,
un dono del Signore. Ricordo comunque
il nonno Battista, timpanista al Regio
di Torino e accanto a Toscanini - verificate
se è Toscanini - al concerto per
l’inaugurazione della Torre Eiffel.
Mio padre Pietro era un Maestro molto
rispettato. So quanto devo alla generosità
di Arturo Benedetti Michelangeli. Un giorno
del 1952 mi chiama: io ero in casa Montini
a Pontedilegno, lui a Bolzano: vieni subito!
Una volta arrivato dice: c’è
il concorso Busoni, devi partecipare.
Gli rispondo che sono mesi che non tocco
il pianoforte e lui mi risponde che è
meglio, così sono più riposato.
Di fronte al mio imbarazzo impone la frase
insormontabile: o suoni o non salutarmi
più. C’erano 170 concorrenti,
sono arrivato terzo. Un’emozione
incontenibile. Qualche giorno dopo mi
arriva una foto con dedica, eccola. La
conservo come una reliquia”. Gli
chiedo di Brescia, di Cazzago, del Festival
a due passi, del genio e del sogno. “Mi
sento bresciano in pieno. Ho memoria di
tanti bresciani come me. Ogni anno vado
a Rudiano, al paese di Maffeo Chiecca.
Un grande amico, un grande sindaco. Suono
per lui”.
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