Il record dello stare
al mondo serenamente con la coscienza
a posto a causa di un aiuto spiritualissimo
alle madri ferite, è stato raggiunto
in questi giorni. Adele Ferrari, Presidente
e Bianca Frigoli Direttrice di Casa di
Vittoria, per la prima volta dal 2002,
atto dell’esistenza di questa contrada
risanatrice delle madri, registrano il
pieno: 15 mamme e 37 bambini, un piccolo
paese nella città in via Milano
30. La Casa di Vittoria è una specie
di cugina della casa di Madre Teresa di
Calcutta. Le mamme arrivano e vengono
accompagnate, trovano liberi e lindi uno
dei 21 monolocali disponibili, ricompongono
l’equilibrio psicologico e fisico
accanto ai loro bambini (uno, due, anche
tre), rimangono mediamente un anno, tornano
nelle strade della vita. La Casa di Vittoria
è parte della Fondazione Razzetti
nell’omonimo palazzo ristrutturato
da poco ed è lo spazio protettivo
e riabilitativo di tante madri maltrattate.
Di madri di Brescia e di Mosca, dei laghi
bresciani e dei laghi ungheresi, di G.
di Gardone e di N. di Rabat. N. ha una
storia da ripetere per 360 volte, ogni
sera. E’ una storia da imparare
a memoria, impensabile, accaduta vicino
alla nostra casa. N. era arrivata a Brescia
con il giovane marito. Lui s’era
messo a spacciare droga. Lei la trovava
nella caffettiera, nella teiera, nei barattoli
dello zucchero. Ovunque. Lei buttava la
droga nel gabinetto e lui la pestava a
sangue. Lei temeva di prendere dell’olio
bollente in faccia com’era accaduto
alla cognata. Una notte la polizia fece
irruzione nella loro abitazione, arrestò
il marito e incriminò la donna
per favoreggiamento. Di più, trovò
in giro qualcuno che riuscì a scaricare
ogni colpevolezza su N. Comodo, no? Fu
condannata e messa in cella. Per fortuna
nei corridoi del carcere girava una suorina
miracolosa e gli arresti domiciliari scesero
dal cielo. Il figlioletto di 8 anni la
consolò, subito, nei corridoi chiari
del primo piano della Casa di Vittoria,
dove ci troviamo adesso ed ascoltiamo
la resurrezione di N., di F., di G., di
S. e di S. Delle cento madri accolte,
osservate, istruite e indirizzate all’autonomia,
alla gestione del pranzo e della cena,
del cucire e dello stirare, controllando
il dare e l’avere, civico ed economico.
La Presidente Ferrari potrebbe fermare
la città, raccontando le pene sofferte
dalle madri, i risvegli lenti, i sentieri
lunghi del ritorno, l’andare e venire
dalla Casa di Vittoria, un giorno ancora
sotto le botte di un marito ubriaco. Di
quando, lei, quarantenne, separata con
una figlia, rimase incinta di un uomo
di 74 anni. Decise di non abortire, mise
al mondo suo figlio, lo allevò
e lo curò alla Casa di Vittoria.
Più tardi fu adottato, la madre
ritrovò un equilibrio insperato.
“Lei ha vinto ed ora vuole che vincano
anche le altre mamme”. La Presidente
spiega lo stimolo dell’emulazione,
l’imitazione da meglio di sè,
la bellezza gioiosa di poter essere state
salvate e di poter salvare altre madri.
La Casa di Vittoria è la mediazione
tra il Centro di Pronto Intervento e la
Comunità Alloggio, tra il valore
dell’emergenza e quello della residenza,
del recupero. Ora, negli interni della
Fondazione Razzetti, la persona trova
ogni misura contro il disagio proprio
nella completezza di questa trilogia di
interventi, di questo quartiere a circuito
completo per i tempi e i modi del bisogno.
L’investimento è sulla donna
che crea, che mette al mondo e che qualcuno,
al mondo, ha cercato di disonorare, di
rompere. Difendere e puntare al recupero
di un’autonomia della madre ha il
valore incommensurabile di restituire
alla comunità l’energia di
una parte del creato, rimettendo a posto
il centro dell’armonia che rimane
la madre di ogni tempo. “Non sono
tutte straniere”, spiegano la Presidente
Ferrari e la Direttrice Frigoli. Loro
si sono incontrate e hanno stabilito un
patto per riarmonizzare quanto le circonda
proprio l’11 settembre 2001, il
giorno diabolico della disarmonizzazione
di una parte della nostra esistenza. Anche
la luce opaca del giorno della distruzione,
nel pomeriggio in cui le madri e i padri,
gettandosi nel vuoto parevano uscire dai
televisori, cadere ai nostri piedi, anche
quella luce opaca non sporcò il
progetto limpido della Casa di Vittoria,
del posto in cui le madri assaltate dalla
violenza, le madri della droga e della
prostituzione, le madri violentate e picchiate
hanno avvertito mani amiche, visto spiragli
nel buio di una violenza, ora atavica
ora modernissima. Via Milano 30. La Casa
di Vittoria prende il nome da Vittoria
Razzetti, fondatrice dell’omonimo
istituto alla fine dell’Ottocento
e dei primi del Novecento bresciano. Avrebbe
voluto essere una suora, la salute non
glielo permise. Allora pensò di
supplire, nel pieno di un sacrificio pluridecennale,
la sua aspirazione, la sincerità
della sua vocazione. Pensò alle
domestiche delle province bresciane, alle
domestiche assunte in città, a
un posto dove potessero ristorarsi, dormire,
asciugare le lacrime fabbricate dalla
nostalgia, dalla prepotenza di chi decide
di essere prevaricatore in ogni tempo,
in ogni condizione sociale. Quindi Vittoria
puntò sull’Orfanotrofio e
in una fotografia del tempo si contano
400 bambini. Infine fu una scuola elementare.
Nel 1993 partì la ristrutturazione,
dal 2001, tra i molti crocevia dell’aiuto
della Fondazione Razzetti, ecco la Casa
di Vittoria. La Casa della madre.
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